Typography – Tipografia – Tipográfia – Typographie – Typografie – Typografi – Τυπογραφία

Archivio del tag ‘Chicago’

Le misurazioni tipografiche

con 7 commenti - leggili e lascia anche il tuo, grazie
Tipometro in punti PICA per la determinazione delle interlinee
Il tipometro è lo strumento che serve per la misurazione e la regolazione
Il tipometro è lo strumento che serve per la misurazione e la regolazione di tutto secondo le unità tipografiche. Nel presente modello la scala delle interlinee è in punti Didot.

Il sistema della misurazione dei caratteri tipografici, introdotto nel ‘700, ha prodotto vari benefici. Uno di questi è il fatto che i caratteri e gli spazi prodotti da diverse fonderie potevano finalmente essere mescolati insieme per comporre del testo senza impunità. La puntuazione è diminuita d’importanza con l’aumento delle macchine per la composizione meccanica prima, e della digitalizzazione poi. In effetti lo stampatore è divenuto il fonditore dei propri caratteri.

Quello che ha continuato ad essere un beneficio importante era il fatto che i caratteri tipografici, di misure diverse, possono essere messi insieme sulla base di un semplice adattamento aritmetico. E c’è stato un altro miglioramento: nei primi anni del ‘900 il piacere di rifondere “re-cast” i caratteri da parte dei fonditori, ha portato notevoli benefici nella regolarità e stabilità dimensionale, infatti portando tutti i tipi, tondi, corsivi, romani, ecc; su allineamenti comuni questi possono essere fiancheggiati insieme senza il pericolo dei precedenti accidenti di linee basi incalcolate.

Sistema Didot

Nel sistema di misura duodecimale di François-Ambroise Didot (del 1770) la misura di partenza, che risale a Carlo Magno (VIII-IX secolo), è il “piede del re” (32,484 cm); dal piede si ricava il “pollice”, corrispondente alla sua 12a parte (2,707 cm); dal pollice, la “linea”, che corrisponde alla sua 12a parte (2,256 mm); dalla linea si ricava il il punto tipografico, che corrisponde alla sua 6a parte cioè 0,376 mm. Il punto risulta, quindi, la 864a parte del “piede del re”. La corrispondente riga tipografica è pari a 4,512 mm e viene anche chiamata Cicero.

Sistema PICA

La misura tipografica duodecimale dei paesi anglo-americani è il Pica derivante dalla misura inglese, il “pollice” (2,54 cm) la misura legale confermata ufficialmente per l’Impero Britannico nel 1824. Dal pollice si ricava la “Pica”, corrispondente alla sua 6a parte (4,234 mm); dalla Pica si ricava il “punto pica”, corrispondente alla sua 12a parte. Il punto tipografico risulta, quindi, la 72a parte del

“pollice” inglese pari a 0,351 mm, pertanto leggermente più piccolo del punto Didot,

la riga tipografica, che viene anche chiamata Pica, corrisponde sempre a 12 punti cioè a 4,217 mm, ossia una misura vicina, ma non esattamente uguale, ad un sesto di pollice.

Il sistema Pica viene tuttora utilizzato nei paesi anglo-americani e nei software d’impaginazione dei Computers dove è il sistema predefinito, il sistema Didot è attualmente meno utilizzato dai progettisti grafici ma sempre preferito dai tipografi europei.

Sistemi ATA, TeX, PostScript

La misurazione Pica, attualmente, si divide in tre tipi distinti con impercettibili variazioni di misura: ATA (quella tradizionale formulata da van De Vinne nel 1886 per l’American Typefounders Association e utilizzata la prima volta dalla fonderia americana “Marder, Luse & Co.” di Chicago), TeX (basata sul sistema di composizione di Donald Knuth (1994), ideatore del concetto di literate programming, per la stesura di testi di matematica) e PostScript (formulata negli anni ‘90 dello scorso secolo da Adobe e utilizzata per l’utilizzo dei caratteri digitali).

Altre misurazioni

Altri metodi di misurazioni tipografiche, ora non più utilizzate sono stati quelli dell’Imprimerie nationale di Parigi, di Sébastien Truchet (1694) e di Pierre Fournier (1737).

Il metodo, oramai obsoleto, dell’Imprimerie nationale (già Imprimerie Royale fondata nel 1640 da Luigi XIII e dal Cardinale Richelieu) si basava su una unità di misura “point métrique” creato nel 1790 al momento dell’adozione del sistema metrico nella Rivoluzione Francese. Era l’equivalente a 0,4 mm.

Prima del metodo Didot, in Francia, si utilizzava quello del frate Sébastien Truchet, nominato da Luigi XIV ha contribuire al lavoro della serie completa di caratteri del «Romain du Roi», insieme a Jaugeon e Des Billettes, e che Grandjean successivamente ha usato nella stampa. Il primo suo studio di un metodo tipometrico data 1694 e si basava sui seguenti principi: tutti i caratteri sono misurabili e tale misura si basa su unità legale di lunghezza; la scala di una possibile grandezza di corpo è governata dalla seguente regola: i corpi sono dedotti dai corpi precedenti con aggiunta incrementale di una loro progressione geometrica; i corpi sono 7,5 – 9 – 10,5 – 12 inoltre 15 – 18 – 21. – 24, ecc. La misura reale del carattere è quindi 7,5 linee seconde, 9 linee seconde, ecc.

Il secondo progetto data 1695, basato su 1/24 di linea, il terzo utilizza una unità piccola corrispondente a 1/204 di linea (equivalente oggi a 0,011 057 mm). Un punto corrispondeva quindi a 1/12 di un 1/12 del “piede del re”.

La scala di stampa del sistema di misurazione tipografica di Fournier, dal “Manuel Typographique”, Barbou, Paris 1764
La scala di stampa del sistema di misurazione tipografica di Fournier, dal “Manuel Typographique”, Barbou, Paris 1764

In Belgio, fino a poco tempo fa, si utilizzava ancora la puntuazione Fournier formulata nel 1737 da Pierre Fournier, che utilizzerà 7 parti delle 204 proposte da Truchet, con la prima definizione del punto tipografico come 1/12 della misurazione del “Cicero” francese. Questa definizione è stata in origine presentata nel libretto «Tables des Proportions qu’il faut observer entre les caractères». Tale unità di misura pari a 0,348 mm e corrispondente riga “mediaan” pari a 4,180 mm.

• 1 punto (Truchet) = 0,188 mm

• 1 punto (métrique dell’Imprimerie nationale, IN) = 0,4 mm

• 1 punto (Fournier) = 0,3483 mm (ora inutilizzato)

• 1 punto (Didot) = 0,376 mm = 1/72 del “piede del re” (27,07 mm)

• 1 punto (Pica ATA) = 0,3514598 mm = 0,013837 inch

• 1 punto (Pica TeX) = 0,3514598035 mm = 1/72,27 inch

• 1 punto (Pica PostScript PS) = 0,3527777778 mm = 1/72 inch

• 1 mediaan = 4,180 mm = 12 punti (Fournier)

• 1 cicero = 4,531 mm = 12 punti (Didot)

• 1 pica (ATA) = 4,2175176 mm = 12 punti (ATA)

• 1 pica (TeX) = 4,217517642 mm = 12 punti (TeX)

• 1 pica (PostScript PS) = 4,233333333 mm = 12 punti (PostScript)

Il mercato della stampa e del Desk Top Publishing (DTP) attualmente è dominato dal mondo informatico dove la quasi totalità dei produttori di software grafico sono degli Stati Uniti (Apple, Adobe, Microsoft, Quark, Macromedia, ecc.), pertanto ha obbligato i fruitori di tali software ad utilizzare unicamente il metodo Pica – PostScript.

Tale confusione di sistemi ha creato diversi problemi tra gli utilizzatori grafici, tipografici, ecc; i principali sono:

– L’unità dominante della lunghezza, il punto del PostScript, ha con il valore di 25,4/72 = 0,352777 mm un rapporto molto inopportuno alle unità ampiamente usate di giustezza del testo (tester e millimetro);

– Non esiste nessuna pratica per denotare una dimensione.

Un esempio di una convenzione piuttosto stabilita deve specificare la lunghezza “di un em” nei punti del PostScript. Storicamente, “em” era la larghezza del tipo di metallo più largo dentro una serie completa di caratteri tipografici, che era tipicamente, per le serie complete di caratteri latini, la lettera maiuscola (M). Oggi, i punti di controllo dei profili digitali della serie completa di caratteri sono memorizzati in termini di coordinate e vettori all’interno di un quadrato dell’unità. Questo quadrato è un equivalente vago del formato di tipo massimo storico del metallo e la relativa lunghezza laterale si è transformata nell’incarnazione moderna del “em”. Di conseguenza, nessuna dimensione facilmente misurabile in un testo abbina la lunghezza del punto che indica una dimensione;

– Le risoluzioni dei dispositivi di uscita sono ancora specificate frequentemente in dpi (punti/pollice), che è il valore reciproco del formato del pixel moltiplicato con 25,4 millimetri.

Metodo decimale UNI

Una proposta per l’introduzione di una unità standard, basata sul sistema metrico decimale tipometrico in sostituzione dei metodi duodecimali Didot e Pica è da tempo in fase di studio da parte di una sotto-commissione dell’UNI, che si occupa della composizione. Tale proposta di studio riguardante la misurazione dei corpi dei caratteri, il cui utilizzo è stato rimandato per la pressione delle software-house intenzionate a mantenere il metodo Pica-PostScript, è stata così formulata:

– fino a 3 mm, incrementi di 1/10 di millimetro (dal c 4 al c 8 circa);

– fino a 4 mm, incrementi di 2/10 di millimetro (dal c 8 al c 11 circa);

– fino a 8 mm, incrementi di 5/10 di millimetro (dal c 11 al c 24 circa);

– fino a 14 mm, incrementi di millimetro (dal c 24 al c 42 circa);

– fino a 20 mm, incrementi di 2 mm (dal c 42 al c 60 circa);

– da 20 mm in su, incrementi di 5 mm.

segue su “Le misurazione tipografiche (2)”

Specimen: Barnhart Specimen book no.9 — 1907

con 5 commenti - leggili e lascia anche il tuo, grazie
Uno dei tantissimi esempi di questo ricchissimo Specimen
Uno dei tantissimi esempi di questo ricchissimo Specimen

Questa immagine fa parte del grande “Book of Type” Specimens of “Barnhart Bros. & Spindler type foundry” editato a Chicago nel 1907. Tale prezioso libro di ben 856 pagine, acquistato dalla Giò Fuga Type nel settembre del 2007 a Boston, comprende una grande varietà di tipi “copper-mixed” superiori di ogni stile, filetti, bordi, simboli, fregi, e vari macchinari per la stampa e la legatoria insieme a tante informazioni utili per il tipografo.
Per la visione delle molte immagini di grande dimensione di tale specimen vi rimando al mio ricco spazio fotografico su Flickr: www.flickr.com/photos/giofuga/ altrimenti accontentatevi di queste più piccole. Buona visione!

[flickr album=72157603005067350 num=46 size=Small]

Testo in portoghese

Testi e caratteri per il video

con 2 commenti - leggili e lascia anche il tuo, grazie

Oltre per la grafica editoriale e paraeditoriale l’importanza della scelta dei corpi incide anche sulla lettura a schermo che è più faticosa e la fatica aumenta quando i caratteri sono molto piccoli.

Per esigenze d’impaginazione si tende spesso ad impostare con i fogli di stile caratteri molto piccoli, a 8-10 pixel (per le grandezze non si parlerà più di corpi ma di pixel), specie quando il layout grafico prevede la disposizione dei contenuti su tre o quattro colonne.

Impostazioni di questo genere non sarebbero di per sé discriminanti se non ci fossero alcuni ostacoli critici. Il primo ostacolo è che molti utenti non conoscono adeguatamente le funzionalità del proprio browser e probabilmente non sanno che possono sfruttare lo zoom per ingrandire o rimpicciolire il testo. Fin qui è sufficiente un minimo d’informazione.

La maggior parte dei browser permette di modificare la dimensione dei caratteri, in caso di necessità con comandi facilmente accessibili nella barra dei menu. Le impostazioni di Internet Explorer®, permettono questo controllo in modo più restrittivo e meno elastico rispetto ad altri browser.

La maggiore difficoltà della lettura a monitor (circa il 25% più lenta che su carta) data dalla minor risoluzione rispetto alla carta, dell’emissione luminosa dei video (più affaticante della carta) e dell’innaturale posizione nella quale ci si trova ad affrontare l’atto della lettura su monitor, ha posto a designer e progettisti la necessità di trovare dei modi che potessero bilanciare queste difficoltà.

Il primo risultato è stato quello di preferire caratteri senza grazie, il secondo nella nascita degli screen-font atti a sfruttare al meglio la tecnologia a pixel. Già il sistema operativo Macintosh utilizzava da tempo per i messaggi di sistema un font lineare particolare, il «Chicago», dall’aspetto tozzo e lineare, con poche linee oblique, facile da leggere anche a risoluzioni piuttosto basse.

Esempi di font video, studiati unicamente per questo utilizzo come internet e multimedia e pertanto fortemente sconsigliati nella stampa tradizionale tipografica sono il «Verdana» (1994), il «Tahoma» (2000) e il romano «Georgia» (2000) disegnati dal type-designer Matthew Carter il quale, basandosi su lunghi studi ed esperimenti, ha identificato alcuni parametri che gli hanno consentito di progettare i cosiddetti screen-font per Microsoft. Altro screen-font molto utilizzato nel web design è il «Trebuchet» un lineare umanista progettato dal fotografo & type designer Vincent Connare nel 1996, il quale tra il 1999 e il 2000 progetta il «Magpie» un corsivo che nella forma corsiva ricorda molto i primi corsivi tipografici di tipo calligrafico sempre per l’utilizzo multimediale.

Anche «Arial», già citato in un precedente post di questo mese sulla sua somiglianza e confusione con l’Helvetica, progettato nel 1982 da Robin Nicholas e Patricia Saunders per la Monotype Design Staff come font di sistema operativo per la Microsoft si può considerare come carattere per video e non come, molto erroneamente utilizzato, per la tipografia e per l’immagine coordinata.