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Regole compositive 2: bandiera allineata a sinistra o a destra

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Differenti sono i metodi d’allineamento di un testo: blocchetto o giustificato, ad epigrafe o centrato, a bandiera (allineata a sinistra o a destra) e sagomato; ciascuno di essi ha delle precise regole da rispettare sia come composizione, sia nell’utilizzo.

La composizione a bandiera permette di mantenere invariati gli spazi tra le lettere e tra le parole.
Per una corretta lettura bisogna in questo tipo di composizione bisogna utilizzare le regole del riporto a capo delle nuove frasi, degli articoli, preposizioni semplici e articolate, congiunzioni anche se fisicamente ci starebbero nella giustezza massima consentita.

Ci sono due forme di questo tipo di composizione: ad allineamento a sinistra e a destra.

La prima dona al testo un andamento sensibile e naturale infatti, è il tipo di composizione utilizzato nelle poesie. Essa si presta molto bene ad un taglio semantico della frase. La tipografia partecipa pienamente a materializzare l’aspetto didattico dell’informazione da trasmettere.
Per l’allineamento a destra, invece, l’utilizzo può essere accettato solamente in caso di simmetrie impaginative, ma la difficoltà per l’occhio di ritrovare l’inizio di linea della riga di testo seguente è ovviamente grande e quindi è consigliabile non eccedere. Si può utilizzare nelle didascalie
delle fotografie, quando queste sono numerose in una pagina, per comprendere senza ambiguità a quale si riferiscono.

Regole compositive 1: blocchetto / giustificato e le giustezze minime

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Differenti sono i metodi d’allineamento di un testo: blocchetto o giustificato, ad epigrafe o centrato, a bandiera (allineata a sinistra o a destra) e sagomato; ciascuno di essi ha delle precise regole da rispettare sia come composizione, sia nell’utilizzo.

La miglior composizione di un testo per un libro, una rivista o un quotidiano è quella a blocchetto, dove la giustezza delle righe rimane uniforme. In questo tipo di composizione è indispensabile l’uso della sillabazione per non ottenere delle spaziature tra parole, “forzate e diseguali”, rendendo il testo disarmonico. Per un migliore risultato d’equilibrio tipografico bisogna cercare di non superare le tre righe sillabate consecutive ciò fa capire che in una composizione a blocchetto il corpo del testo è in relazione alla giustezza (con giustezze piccole si devono utilizzare corpi piccoli altrimenti sarà necessario una sillabazione continua). Inoltre bisogna evitare le sillabazioni con vocaboli inferiori a quattro lettere e sillabare con meno di due lettere prima o dopo il “trattino” (per esempio nel vocabolo “abate” non si deve sillabare “a-ba-te” come sarebbe corretto per la grammatica italiana, ma antiestetica in tipografia; mentre è preferibile la seguente spartizione: “aba-te”.

La disposizione del testo sagomato si ha quando le righe devono seguire la forma di un’immagine scontornata, e quindi presentano giustezze differenti.

In questo tipo di composizione bisogna evitare d’inserire l’immagine in mezzo al testo invece che ad un lato della colonna e questa non deve avere giustezze troppo piccole per non creare delle spaziature difformi.

Nella seguente immagine si possono notare, nelle giustezze piccole ai lati dell’immagine, quante variazioni di spazi vengono a crearsi.

È necessario basarsi sulla seguente tavola per sapere qual’è la giustezza minima da utilizzare con il corpo del carattere utilizzato.

Tabella sulle giustezze minime e massime consigliate in base alla grandezza del corpo del testo
Tabella sulle giustezze minime e massime consigliate in base alla grandezza del corpo del testo

In ogni caso per una corretta giustezza, bisogna ricordare che:

– I caratteri romani danno i migliori risultati con 9-12 parole per riga.

– I caratteri senza grazie hanno bisogno di righe da 7 a 10 parole.

– I caratteri con occhio grande accettano righe più lunghe, mentre quelli con l’occhio piccolo impongono meno parole per riga.

– Il numero di parole contenute in una riga può essere modificato aumentando o diminuendo il corpo, cambiando carattere o modificando la giustezza.

– La lunghezza di una linea di testo dovrebbe contenere circa da 1½ a 2 volte le lettere dell’alfabeto minuscolo di un carattere tondo, neretto, normale.

– Quando si fosse costretti a lavorare su giustezze più lunghe bisognerà aumentare lo spazio interlineare ed evitare confusione ed inciampi nel passaggio della lettura da una linea a quella sottostante.

– Con giustezze piccole conviene comporre il testo a bandiera per evitare continue sillabazioni, dato che questa deve essere utilizzata solo con i testi a blocchetto.

La “esselonga” non è un supermercato

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Fino ai primi anni dell’800 nelle parole scritte o stampate venivano utilizzate due tipi di esse minuscole. La prima era la “esse corta” o “esse rotonda” che è quella che utilizziamo attualmente, derivante dal disegno della S maiuscola del lapidario romano e che allora trovava utilizzo principalmente a fine parola; la seconda, chiamata “esselonga” che nel disegno assomiglia ad una ‘f’ senza il trattino orizzontale d’incrocio a destra, trovava utilizzo singolarmente o in legature in tutte le altre posizioni nelle parole.
In inglese la “esselonga” viene chiamata long, medial o descending s (ſ).
La “esselonga” deriva dalle forme amanuensi delle prime scritture corsive romane dove si utilizzavano solamente lettere maiuscole per arrivare, passando dal “semionciale”, alle forme uniformate della scrittura operata da Carlo Magno e la comparsa della “carolina” o “minuscola carolingia”.
Gli scritti in “minuscola carolingia” del nono secolo usavano soltanto la “esselonga”, ma nel “tardo carolingio” e nelle prime scritture del “Gotico”, dal dodicesimo secolo in poi, è stata adottata la consuetudine di utilizzare la “esselonga” all’inizio e nell’interno delle parole e la “esse corta” alla fine di parola.

Con l’avvento della stampa anche i primi prototipografi seguirono la consuetudine di utilizzo dei due tipi di esse nella forma gotica. Anche l’alfabeto greco usa due lettere per la sigma, corrispondente alla latina ‘s’, la normale ‘σ’ e la forma speciale ‘ς’ in finale di parola, cosa che potrebbe avere aiutato la creazione di forme speciali della ‘s’; infatti durante il Rinascimento una parte significativa della classe intellettuale europea aveva familiarità con il greco. Alcuni stampatori che hanno cominciato ad usare i caratteri influenzati dalle scritture umanistiche (Sweynheym e Pannartz a Subiaco nel 1465, per esempio ed Ulric Gering a Parigi nel 1470) hanno utilizzato i due tipi di “s“ in modo differente per poi ritornare all’uso ‘gotico’ della “esselonga” iniziale e mediale e della “esse corta” finale e questa si è transformata in nella regola quasi universale nella stampa fino alla conclusione del diciottesimo secolo quando l’utilizzo della s finale si generalizzò poco a poco, finché giunse a sostituire completamente la “esselonga”. Il testo della Costituzione degli Stati Uniti d’America, per esempio, impiega la “esselonga” unicamente lì dove la “s” è doppia, come nelle parole Congress, Class, Business …
La s lunga è rimasta nel francese e in inglese fino alla Rivoluzione Industriale.


Nel minuscolo corsivo della esselonga il disegno della lettera non presenta nessun trattino orizzontale d’incrocio ed ha invece un tratto discendente pendente verso sinistra non possibile nelle altre forme di carattere senza crenatura.
Poiché la “esselonga” era crenata e coincideva con il disegno dei caratteri adiacenti, la “esse corta”, a volte, è stata usata come espediente davanti alle lettere alte con cui la forma della esselunga si sarebbe scontrata.
Speciali legature sono stati fatte per molte delle combinazioni, quali as (per l’inglese da stampa) sb, sh, si, sk, sl, ss, st, ssi, ssl.

Come gli stampatori anche chi redige gli scritti umanistici, nella fine del quindicesimo secolo, ritornano generalmente ad utilizzare per firmare con le iniziali e la esselonga mediale e la essecorta finale. Ma i produttori della forma corsiva dello scritto e delle mani che si sono sviluppati da esso (chancery corsivo e le mani ‘italiane ‘) successive spesso non hanno fatto uso affatto della esselonga e distesa e dell’uso contradditorio dei calligrafi è in maniera sconvolgente differenti dalla pratica rigida osservata dagli stampatori. Gli esempi dell’utilizzo della essecorta iniziale e mediale possono essere trovati verso la conclusione del quindicesimo secolo nel lavoro di Bartolomeo Sanvito e forse, una figura significativa in questo contesto come in molti altri, è il famoso calligrafo di sedicesimo-secolo Giovan Francesco Cresci a Roma che, diverso dei produttori più in anticipo del corsiva di cancellaresca, compreso il suo arco-rivale Giovanni Battista Palatino, ha reso piccolo ad uso della s lunga in suoi propri manoscritti e libri di scrittura. Il suo nuovo stile, adottato dai suoi allievi e successori, ha cambiato il tipo di scrittura a mano occidentale.
Dal quindicesimo alla fine del diciottesimo secolo ci sono molto poche eccezioni in testi stampati alla regola che la s iniziale e mediale era lunga e la s finale era corta. Una delle eccezioni è visibile in una serie di stampati a Vicenza nel 1520 per il riformatore linguistico italiano Giangiorgio Trissino, in cui la s lunga e corta è usata per distinguere espressamente e la consonante. Pierre Moreau, che ha stampato nel 1640, a Parigi, con i tipi ha basato su una versione corrente della mano corsiva italiana, ha seguito la pratica dei calligrafi contemporanei ed ha usato soltanto la s corta. La s lunga non è stata usata in Joseph Ames, le antichità tipografiche (Londra, 1749), né nel Virgil di 1758 ha stampato da Robert e da Andrew Foulis di Glasgow e da alcuni dei loro altri titoli. Gli esempi di stampa senza s lunga inoltre sono stati ritrovati in Spagna durante la fine del diciottesimo secolo, l’esempio più iniziale finora identificato essendo Tomas Lopez, Descripción de la Provincia de Madrid (Madrid: Joaquín Ibarra, 1763). Altri esempi includono Andres Xímenez, del di Descripción… Escorial (Madrid: Antonio Marín, 1764), il tipo esemplare di Antonio Espinosa (Madrid, 1771) e Sallust del Ibarra (Madrid, 1772). Veda D. B. Updike, i tipi di stampa, secondo ed. (1937), figs. 233-44. Non ci sembra essere spiegazione stampata da c’è ne di questi stampatori perchè hanno fatto questo, ma sembra probabilmente che questi esempi di diciottesimo-secolo in Gran-Bretagna ed in Spagna rappresentano l’inizio di una sommossa contro l’uso irrazionale di due forme differenti per una lettera, che ha significato che così come la s lunga in se che lo stampatore ha dovuto trovare la stanza nell’argomento per il suo numeroso ligatured le specie così come i cinque inevitabili per la f.
Lo scarto generale della s lunga dagli stampatori è probabilmente dovuto François-Ambroise Didot, Parigi, che in circa 1781 inizia il taglio di nuovo stile di tipo che più successivamente è stato conosciuto in inglese come ‘faccia moderna ‘. La s lunga non è stata inclusa nei nuovi tipi e l’esempio del Didot è stato seguito rapidamente da altri stampatori sotto la sua influenza. Uno di questi era John Bell, stampatore e typefounder a Londra, a quale il movimento per il relativo disuse è attribuito a volte erroneamente. Bell non ha usato la s lunga in suo giornale il mondo, in primo luogo pubblicato il 1 gennaio 1787, né nel testo dell’esemplare di nuovi tipi tagli per la sua Lettera-Fonderia britannica da Richard Austin (1788), anche se la sinossi del fount indica che la s lunga e le relative combinazioni sono state fatte per esso. Bell aveva una conoscenza di con i libri francesi contemporanei, che ha importato in Inghilterra ed aveva usato un piccolo formato di uno dei tipi tagliati da Firmin, figlio di François-Ambroise Didot. ‘nel Prolegomena ‘al suo Shakspeare (1788) Belhi hanno spiegato che i suoi oggetti nell’omissione della s lunga erano dare le linee ‘che l’effetto di essere più si apre ‘(uno scopo di molti stampatori del diciottesimo secolo tardo, quando i testi erano comunemente al piombo) ed evitare la confusione della s lunga con la f.
Quando i fonditori di caratteri in Gran-Bretagna introducendo la “modernità“ dei tipi durante la decade dal 1795 al 1805, la esselonga spesso non è stata fornita nelle polize dei nuovi caratteri costringendo gli stampatori a sostituirla con la presente essecorta portando rapidamente alla scomparsa dell’utilizzo. È stata fatta rivivere per un certo tempo per il relativo sapore antiquariato dagli stampatori come Charles Whittingham e Louis Perrin quando utilizzavano i vecchi caratteri e sono stati usati di nuovo per la stampa verso la metà del diciannovesimo secolo, ma la esselonga è completamente sparita nella stampa giornaliera con i tipi romani mentre sono ancora usate quando il tedesco è composto correttamente nei tipi gotici come Schwabacher e Fraktur.

Nella lingua tedesca, ad esclusione della Svizzera tedesca dove da molto tempo è stata abolito l’uso, e tuttora utilizzato il glifo della legatura “ß”, conosciuto con il nome di Eszett (o Esszett, Eszet, Esszet) o scharfes S se considerato a sé stante, poiché essenzialmente è basato sulla legatura “sz”. L’utilizzo dipende anche dal tipo di vocale. È usato dopo una vocale lunga, come in Straße (via), ma non dopo una corta, come in Gasse (vicolo).
Inoltre poiché la ß non può essere divisa, non si può sillabare, mentre le ss è diviso fra le sillabe (Gas-se). Questa lettera ha una particolarità tra gli alfabeti occidentali dal momento che non appare mai in posizione iniziale (tranne in rarissimi casi, come in alcune trascrizioni fonetiche di qualche dizionario tedesco dove indica il fonema /s/, opposto a che indica /z/).
I cambiamenti recenti alla ortografia tedesca hanno modificato le regole ed hanno ridotto le occasioni per il relativo uso sostituendo la ß con l’uso semplice della doppia s. La lettera minuscola latina S tagliente, come ß è conosciuta, non solo ha relativo posto fra i glyphs della serie di caratteri di ASCII (dal 1986) e di Unicode (U+00DF), ma è accessibile sui telefoni mobili.

Nella lingua francese la “esselonga” seguita da un’altra s poteva essere scritta in più modi, secondo il gusto del tipografo (e talvolta senza grande coerenza), come due “esselonga” o con una “esselonga” seguita da una “esse rotonda”, il che può portare alla legatura ß che non è stata, in passato, limitata al tedesco.
Attualmente, i lettori o gli editori non preparati confondono frequentemente la “esselonga” con una f (nello stesso nodo in cui gli anglofoni confondono la grafia moderna di þ con una y tra cui non vi è nessun rapporto). La confusione è sovente dovuta alla presenza del trattino orizzontale. I matematici impiegano un ultimo avatar, della s lunga come simbolo dell’integrale: ∫. Esiste nell’alfabeto fonetico internazionale un’altra variazione della s lunga chiamata esh ʃ, che serve a indicare la consonante fricativa postalveolare sorda che si trova all’interno della parola pesce (indica il digramma italiano sc). La si ritrova attualmente nelle ortografie recenti di molte lingue africane (come il dagbani del Ghana, il songhoy e il tamasheq del Mali o anche il pandikeri dell’Uganda). La forma maiuscola non è una S ma una specie di sigma maiuscola greca, Ʃ oppure, nell’alfabeto internazionale di Niamey una versione ingrandita della minuscola, usata di preferenza per le lingue africane.

tratto da testi di James Mosley e di Giangiorgio Fuga

Anatomia dei caratteri

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Molti sono i vocaboli utilizzati per definire le parti anatomiche delle lettere.
Le aste sono gli elementi essenziali al carattere, poiché senza di esse la lettera non esisterebbe. Infatti le aste, con la loro combinazione convenzionale di linee, costituiscono la forma delle lettere e quindi si può dire che le lettere sono formate fondamentalmente da linee:
rette: E F H I L T i l
spezzate: A K M N V W X Y Z k v w x y z 1 4 7 1 4 7
curve: C O Q S c o s 0 3 6 8 9 0 3 6 8 9
miste: B D G J P R U a b d e f g h j m n p q r t u 2 5 2 5
Le aste rette possono essere:
– Aste verticali: sono così chiamate propriamente solo quelle delle lettere maiuscole.
– Aste medie – aste ascendenti – aste discendenti: sono così chiamate quelle delle lettere e numeri minuscoli indicando la loro posizione nello sviluppo verticale delle lettere stesse.
– Aste montanti (salienti o discendenti): sono quelle che non sono disposte perpendicolarmente alla linea di base.
– Aste traversali o barre: sono quelle che uniscono direttamente fra loro le aste verticali o le montanti.
– Aste traversali ad incrocio: sono quelle che troviamo nelle lettere minuscole (f) e (t) e nella cifra (4 4).
– Aste traversali spezzate: sono quelle che troviamo nelle lettere (M), (W) e (w).
– Aste oblique o spine rette: sono quelle che troviamo nelle lettere (N), (X), (Z), (x) e (z).
Si deve fare una distinzione tra i vari spessori delle aste: il filetto, per esempio, è un’asta di spessore minimo.

(1) Aste orizzontali - (2) Aste verticali - (3) Aste medie - (4) Aste montanti - (5) Aste traversali spezzate - Aste oblique (spine rette) - (6) Aste di congiunzione - (7) Archi - (8) Ardiglioni - (9) Barre e Aste traversali - (10) Becchi o rostri - (11) Bracci - (12) Code curve - (13) Code rette - (14) Colli - (15) Cravatte - (16) Gambe - (17) Ganci ad uncino- (18) Incroci traversali - (19) Occhielli - Anelli - Rilievo - (20) Orecchi a bottone - (21) Orecchi a goccia - (22) Orecchi a becco o uncino - (23) Orecchi a bandiera - (24) Pilastrini o speroni - (25) Spine curve o dorso - (26) Tratti terminali di testa - (27) Tratti terminali di piede - (28) Vertici superiori, inferiori e mediano - (29) Biforcazioni - (30) Spazio chiuso]img src=../immagini/6595658.jpg alt=(1) Aste orizzontali - (2) Aste verticali - (3) Aste medie - (4) Aste montanti - (5) Aste traversali spezzate - Aste oblique (spine rette) - (6) Aste di congiunzione - (7) Archi - (8) Ardiglioni - (9) Barre e Aste traversali - (10) Becchi o rostri - (11) Bracci - (12) Code curve - (13) Code rette - (14) Colli - (15) Cravatte - (16) Gambe - (17) Ganci ad uncino- (18) Incroci traversali - (19) Occhielli - Anelli - Rilievo - (20) Orecchi a bottone - (21) Orecchi a goccia - (22) Orecchi a becco o uncino - (23) Orecchi a bandiera - (24) Pilastrini o speroni - (25) Spine curve o dorso - (26) Tratti terminali di testa - (27) Tratti terminali di piede - (28) Vertici superiori, inferiori e mediano - (29) Biforcazioni - (30) Spazio chiuso
(1) Aste orizzontali – (2) Aste verticali – (3) Aste medie – (4) Aste montanti – (5) Aste traversali spezzate – Aste oblique (spine rette) – (6) Aste di congiunzione – (7) Archi – (8) Ardiglioni – (9) Barre e Aste traversali – (10) Becchi o rostri – (11) Bracci – (12) Code curve – (13) Code rette – (14) Colli – (15) Cravatte – (16) Gambe – (17) Ganci ad uncino- (18) Incroci traversali – (19) Occhielli – Anelli – Rilievo – (20) Orecchi a bottone – (21) Orecchi a goccia – (22) Orecchi a becco o uncino – (23) Orecchi a bandiera – (24) Pilastrini o speroni – (25) Spine curve o dorso – (26) Tratti terminali di testa – (27) Tratti terminali di piede – (28) Vertici superiori, inferiori e mediano – (29) Biforcazioni – (30) Spazio chiuso”

Le aste curve si possono distinguere in:
Archi: sono le aste curve aperte presenti nelle seguenti lettere e cifre:
(C – D – G – U – c – e – h – m – n – u – 2 – 2 – 3 – 3 – 5 – 5 – 6 – 9 – 9).
Anelli o occhielli: sono le aste curve chiuse presenti nelle seguenti lettere e cifre: (B – O – P – Q – R – a – b – d – e – o – p – q – & – 0 – 6 – 8 – 9); come pure in quasi tutti i caratteri di stile Calligrafico inglese.
Spine curve: sono le aste ondulate aperte presenti nelle lettere: (S – s – a); come pure nella cifra (2 – 2). Le aste possono essere uniformi o modulate. Si dicono uniformi quando il loro spessore rimane costante; mentre sono modulate quando i loro contorni formano un’armonica e graduale variazione di spessore.
La modulazione può essere a fusello e tronca; con pieni perfetti e di massima forza (grado calligrafico) oppure con pieno nascente e morente o con una porzione digradante in filetto.
Si dà una particolare importanza all’inclinazione delle curve modulate per la determinazione dello stile di una lettera tra un Romano Antico (curva inclinata a 45°), Veneziano (curva inclinata a 30°), Transizionale, Bodoniano ed Egiziano (curva verticale).
La forma delle lettere dà luogo a un contorno interno ed esterno delle medesime; tale contorno costituisce un fattore estetico di massimo interesse.
Se poi si considera che il contorno esterno e interno nelle lettere ad asta uniforme (gran parte dei lineari) è parallelo, mentre in quelle modulate esso è continuamente variato, si può intendere la raffinata sensibilità del disegnatore attento ad ogni effetto delle tensioni e delle forme create dal fluire delle linee. Perciò è necessario determinare le aste con una nomenclatura ancora più precisa in relazione alla loro posizione e alla loro forma nelle singole lettere.
Dai più basilari come: Asta verticale, orizzontale e obliqua; Filetto, Gancio, Barra, Montanti, Braccio, Pilastrino, Orecchio, Cravatta, Collo, Archi, Vertice superiore, inferiore e mediano, Coda curva e retta, Gamba, Spine curve, Incrocio, Tratto terminale: acutiforme, curviforme, mistiforme e rettiforme; ecc. Per arrivare a denominazioni più particolareggiate come: Modulazione a fusello, Modulazione tronca, Cimasa, Becco, Terminazione a bottone, a goccia, a becco, ecc.
Per prima cosa è consigliabile imparare a riconoscere le parti del carattere. Solo così sarà poi più facile riconoscere le caratteristiche dell’alfabeto base scelte dai diversi disegnatori.
Altre denominazioni particolari:
Coda che può essere retta o curva, è l’asta pensile di alcune lettere maiuscole e minuscole: (K – Q – R – g – j – k – p – q – y) e della cifra (7).
Uncino o gancio è un particolare tipo di coda o parte di essa presente nei caratteri ( J – f – j – r – t).
Bracci delle lettere sono certe porzioni terminali delle aste rette e curve aperte.
Ardiglione è il braccio che differenzia la (G) dalla (C). Pilastrino o sperone è il tratto verticale della (G), il sostegno dei bracci della (Y) e delle cifre (4 – 4) e (5 – 5).
Cravatta è l’asta orizzontale centrale della (E) e della (F).
Collo è l’attacco della coda della (g) al suo anello.
Vertice superiore, inferiore o mediano è l’unione e l’incrocio delle aste inclinate.
Aste di congiunzione sono i raccordi tra l’asta principale e gli altri elementi del carattere. Sono presenti nelle maiuscole: (B – D – P – R) e nelle minuscole: (b – d – h – m – n – p – q – u).
Tratti terminali, dette anche le grazie, sono sempre un’accentuazione stilistica dell’espressione fisionomica e decorativa delle lettere. Essi possono essere definiti tratti di testa se posti come tratti iniziali al carattere, e tratti di piede se sono alla base di esso. Sono tratti iniziali e finali quelli dei bracci, delle cravatte e delle code definiti becchi o ganci e ardiglioni.
Le grazie di piede possono essere di diversa forma corrispondente alle classificazioni storiche dei caratteri. Possono essere: angoliformi come nelle lettere Lapidarie romana; fratti come nei Gotici; curviformi come nei caratteri del Rinascimento; digradanti come i Transizionali; estemporanei e manuali come i caratteri Scritti e Calligrafici; fregiformi come negli Ornati; contrastanti come i Bodoniani; rettiformi come gli Egizi; ibridi come le Fantasie.

Tratto da: Grammatica tipografica di Giangiorgio Fuga

Le misurazioni tipografiche

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Tipometro in punti PICA per la determinazione delle interlinee
Il tipometro è lo strumento che serve per la misurazione e la regolazione
Il tipometro è lo strumento che serve per la misurazione e la regolazione di tutto secondo le unità tipografiche. Nel presente modello la scala delle interlinee è in punti Didot.

Il sistema della misurazione dei caratteri tipografici, introdotto nel ‘700, ha prodotto vari benefici. Uno di questi è il fatto che i caratteri e gli spazi prodotti da diverse fonderie potevano finalmente essere mescolati insieme per comporre del testo senza impunità. La puntuazione è diminuita d’importanza con l’aumento delle macchine per la composizione meccanica prima, e della digitalizzazione poi. In effetti lo stampatore è divenuto il fonditore dei propri caratteri.

Quello che ha continuato ad essere un beneficio importante era il fatto che i caratteri tipografici, di misure diverse, possono essere messi insieme sulla base di un semplice adattamento aritmetico. E c’è stato un altro miglioramento: nei primi anni del ‘900 il piacere di rifondere “re-cast” i caratteri da parte dei fonditori, ha portato notevoli benefici nella regolarità e stabilità dimensionale, infatti portando tutti i tipi, tondi, corsivi, romani, ecc; su allineamenti comuni questi possono essere fiancheggiati insieme senza il pericolo dei precedenti accidenti di linee basi incalcolate.

Sistema Didot

Nel sistema di misura duodecimale di François-Ambroise Didot (del 1770) la misura di partenza, che risale a Carlo Magno (VIII-IX secolo), è il “piede del re” (32,484 cm); dal piede si ricava il “pollice”, corrispondente alla sua 12a parte (2,707 cm); dal pollice, la “linea”, che corrisponde alla sua 12a parte (2,256 mm); dalla linea si ricava il il punto tipografico, che corrisponde alla sua 6a parte cioè 0,376 mm. Il punto risulta, quindi, la 864a parte del “piede del re”. La corrispondente riga tipografica è pari a 4,512 mm e viene anche chiamata Cicero.

Sistema PICA

La misura tipografica duodecimale dei paesi anglo-americani è il Pica derivante dalla misura inglese, il “pollice” (2,54 cm) la misura legale confermata ufficialmente per l’Impero Britannico nel 1824. Dal pollice si ricava la “Pica”, corrispondente alla sua 6a parte (4,234 mm); dalla Pica si ricava il “punto pica”, corrispondente alla sua 12a parte. Il punto tipografico risulta, quindi, la 72a parte del

“pollice” inglese pari a 0,351 mm, pertanto leggermente più piccolo del punto Didot,

la riga tipografica, che viene anche chiamata Pica, corrisponde sempre a 12 punti cioè a 4,217 mm, ossia una misura vicina, ma non esattamente uguale, ad un sesto di pollice.

Il sistema Pica viene tuttora utilizzato nei paesi anglo-americani e nei software d’impaginazione dei Computers dove è il sistema predefinito, il sistema Didot è attualmente meno utilizzato dai progettisti grafici ma sempre preferito dai tipografi europei.

Sistemi ATA, TeX, PostScript

La misurazione Pica, attualmente, si divide in tre tipi distinti con impercettibili variazioni di misura: ATA (quella tradizionale formulata da van De Vinne nel 1886 per l’American Typefounders Association e utilizzata la prima volta dalla fonderia americana “Marder, Luse & Co.” di Chicago), TeX (basata sul sistema di composizione di Donald Knuth (1994), ideatore del concetto di literate programming, per la stesura di testi di matematica) e PostScript (formulata negli anni ‘90 dello scorso secolo da Adobe e utilizzata per l’utilizzo dei caratteri digitali).

Altre misurazioni

Altri metodi di misurazioni tipografiche, ora non più utilizzate sono stati quelli dell’Imprimerie nationale di Parigi, di Sébastien Truchet (1694) e di Pierre Fournier (1737).

Il metodo, oramai obsoleto, dell’Imprimerie nationale (già Imprimerie Royale fondata nel 1640 da Luigi XIII e dal Cardinale Richelieu) si basava su una unità di misura “point métrique” creato nel 1790 al momento dell’adozione del sistema metrico nella Rivoluzione Francese. Era l’equivalente a 0,4 mm.

Prima del metodo Didot, in Francia, si utilizzava quello del frate Sébastien Truchet, nominato da Luigi XIV ha contribuire al lavoro della serie completa di caratteri del «Romain du Roi», insieme a Jaugeon e Des Billettes, e che Grandjean successivamente ha usato nella stampa. Il primo suo studio di un metodo tipometrico data 1694 e si basava sui seguenti principi: tutti i caratteri sono misurabili e tale misura si basa su unità legale di lunghezza; la scala di una possibile grandezza di corpo è governata dalla seguente regola: i corpi sono dedotti dai corpi precedenti con aggiunta incrementale di una loro progressione geometrica; i corpi sono 7,5 – 9 – 10,5 – 12 inoltre 15 – 18 – 21. – 24, ecc. La misura reale del carattere è quindi 7,5 linee seconde, 9 linee seconde, ecc.

Il secondo progetto data 1695, basato su 1/24 di linea, il terzo utilizza una unità piccola corrispondente a 1/204 di linea (equivalente oggi a 0,011 057 mm). Un punto corrispondeva quindi a 1/12 di un 1/12 del “piede del re”.

La scala di stampa del sistema di misurazione tipografica di Fournier, dal “Manuel Typographique”, Barbou, Paris 1764
La scala di stampa del sistema di misurazione tipografica di Fournier, dal “Manuel Typographique”, Barbou, Paris 1764

In Belgio, fino a poco tempo fa, si utilizzava ancora la puntuazione Fournier formulata nel 1737 da Pierre Fournier, che utilizzerà 7 parti delle 204 proposte da Truchet, con la prima definizione del punto tipografico come 1/12 della misurazione del “Cicero” francese. Questa definizione è stata in origine presentata nel libretto «Tables des Proportions qu’il faut observer entre les caractères». Tale unità di misura pari a 0,348 mm e corrispondente riga “mediaan” pari a 4,180 mm.

• 1 punto (Truchet) = 0,188 mm

• 1 punto (métrique dell’Imprimerie nationale, IN) = 0,4 mm

• 1 punto (Fournier) = 0,3483 mm (ora inutilizzato)

• 1 punto (Didot) = 0,376 mm = 1/72 del “piede del re” (27,07 mm)

• 1 punto (Pica ATA) = 0,3514598 mm = 0,013837 inch

• 1 punto (Pica TeX) = 0,3514598035 mm = 1/72,27 inch

• 1 punto (Pica PostScript PS) = 0,3527777778 mm = 1/72 inch

• 1 mediaan = 4,180 mm = 12 punti (Fournier)

• 1 cicero = 4,531 mm = 12 punti (Didot)

• 1 pica (ATA) = 4,2175176 mm = 12 punti (ATA)

• 1 pica (TeX) = 4,217517642 mm = 12 punti (TeX)

• 1 pica (PostScript PS) = 4,233333333 mm = 12 punti (PostScript)

Il mercato della stampa e del Desk Top Publishing (DTP) attualmente è dominato dal mondo informatico dove la quasi totalità dei produttori di software grafico sono degli Stati Uniti (Apple, Adobe, Microsoft, Quark, Macromedia, ecc.), pertanto ha obbligato i fruitori di tali software ad utilizzare unicamente il metodo Pica – PostScript.

Tale confusione di sistemi ha creato diversi problemi tra gli utilizzatori grafici, tipografici, ecc; i principali sono:

– L’unità dominante della lunghezza, il punto del PostScript, ha con il valore di 25,4/72 = 0,352777 mm un rapporto molto inopportuno alle unità ampiamente usate di giustezza del testo (tester e millimetro);

– Non esiste nessuna pratica per denotare una dimensione.

Un esempio di una convenzione piuttosto stabilita deve specificare la lunghezza “di un em” nei punti del PostScript. Storicamente, “em” era la larghezza del tipo di metallo più largo dentro una serie completa di caratteri tipografici, che era tipicamente, per le serie complete di caratteri latini, la lettera maiuscola (M). Oggi, i punti di controllo dei profili digitali della serie completa di caratteri sono memorizzati in termini di coordinate e vettori all’interno di un quadrato dell’unità. Questo quadrato è un equivalente vago del formato di tipo massimo storico del metallo e la relativa lunghezza laterale si è transformata nell’incarnazione moderna del “em”. Di conseguenza, nessuna dimensione facilmente misurabile in un testo abbina la lunghezza del punto che indica una dimensione;

– Le risoluzioni dei dispositivi di uscita sono ancora specificate frequentemente in dpi (punti/pollice), che è il valore reciproco del formato del pixel moltiplicato con 25,4 millimetri.

Metodo decimale UNI

Una proposta per l’introduzione di una unità standard, basata sul sistema metrico decimale tipometrico in sostituzione dei metodi duodecimali Didot e Pica è da tempo in fase di studio da parte di una sotto-commissione dell’UNI, che si occupa della composizione. Tale proposta di studio riguardante la misurazione dei corpi dei caratteri, il cui utilizzo è stato rimandato per la pressione delle software-house intenzionate a mantenere il metodo Pica-PostScript, è stata così formulata:

– fino a 3 mm, incrementi di 1/10 di millimetro (dal c 4 al c 8 circa);

– fino a 4 mm, incrementi di 2/10 di millimetro (dal c 8 al c 11 circa);

– fino a 8 mm, incrementi di 5/10 di millimetro (dal c 11 al c 24 circa);

– fino a 14 mm, incrementi di millimetro (dal c 24 al c 42 circa);

– fino a 20 mm, incrementi di 2 mm (dal c 42 al c 60 circa);

– da 20 mm in su, incrementi di 5 mm.

segue su “Le misurazione tipografiche (2)”

Ear: ci vuole orecchio!

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Inizio questa nuova categoria Tipometria con un post sulla Type Anatomy importante per chi è interessato al Type Design, sia come studente, sia come progettista.

Il primo elemento che viene analizzato è l’orecchio “ear” presente nei caratteri tipografici nella g minuscola e viene chiamato così nella r ,nella a e nella f sempre minuscole da molti type designer. In rari casi anche in altre lettere come la c minuscola. Questo è un elemento decorativo che spunta nella parte superiore destra dell’occhiello superiore della g o come terminale dei ganci ad uncino (altro termine che analizzeremo in un prossimo post) della r, della a e della f.

Simile ad una grazia, l’orecchio può essere molto distintivo a seconda dello stile del carattere. Gli orecchi tipografici più utilizzati e legati storicamente al disegno del carattere sono:

– a bandiera, tratto rettilineo orizzontale più o meno piccolo presente nelle lettere rinascimentali e in molti transizionali (Garamond, Jenson, Times) come pure in alcuni lineari di disegno umanistico (Gill Sans);

– a bottone, il terminale è ricurvo e arrotondato, è presente in moltissimi caratteri transizionali (Baskerville, Bookman, … );

– a goccia, il terminale, legato da un gancio, è molto pronunciato tondo o leggermente ovale, è presente nei caratteri neoclassici bodoniani (Bodoni, Didot, Walbaum) e in alcuni transizionali come il De Vinne o egiziani come il Clarendon;

– a becco o uncino, il terminale, legato da un gancio, si presenta molto squadrato. Rarissimamente viene utilizzato nel disegno della g minuscola mentre è più presente nella r e nella a.